[#AGIC一下] #2 La lingua cinese è fondamentale?

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Dopo aver trattato il tema del gaokao la scorsa settimana nel primo numero di AGIC一下 , anche questa settimana rimaniamo sul tema studio.

Lo faremo in particolare riflettendo su una domanda che più o meno tutti si saranno chiesti: per lavorare in Cina, la conoscenza della lingua cinese è fondamentale?

Questo articolo si basa su una piccola indagine, effettuata da Mario di Lonardo, socio AGIC, e contenuta nella “Guida ufficiale AGIC: una porta d’accesso per la Cina”, già pubblicata lo scorso marzo e disponibile per il download gratuito sul sito AGIC (Per il download gratuito, andate nella sezione Blog > Guidelines). L’indagine si basa su dati pubblicati da organi ufficiali, e su alcune interviste condotte personalmente dall’autore.

Disclaimer: questo studio è stato effettuato a febbraio 2016 e dunque alcuni dati riportati di seguito potrebbero non essere aggiornati.

Gli italiani in Cina: chi sono e cosa fanno

La Cina, generalmente un Paese con forte flusso migratorio verso l’estero, è diventata negli ultimi anni meta di emigrazione per molti stranieri provenienti da tutte le parti del mondo.

Tra questi vi sono anche molti italiani che hanno lasciato il proprio Paese alla ricerca di nuove opportunità di crescita, non solo a livello educativo, ma anche, e soprattutto, a quello professionale.

Sono a migliaia i connazionali che si sono trasferiti in Cina, sia per sfuggire alla crisi che ha colpito il Paese negli ultimi anni, o semplicemente per inseguire un desiderio di arricchimento personale. Secondo una ricerca condotta dal progetto A.M.I.C.O. (Associazione della Migrazione Italiana in Cina Oggi) la presenza italiana nel “Paese di Mezzo” sta aumentando in maniera esponenziale. Trend che si riflette anche nelle statistiche dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (A.I.R.E.): negli ultimi anni il numero degli italiani in Cina è più che quintuplicato, passando dai 1275 nel 2005 ai 6746 nel 2013. Queste cifre inoltre non comprendono tutti quegli italiani che, pur vivendo in Cina, non sono iscritti all’AIRE: secondo stime non ufficiali, il totale della collettività italiana potrebbe superare quota 10.000.

Si tratta di un dato tuttora in crescita, a cui hanno contribuito vari fattori, sia endogeni (la crisi e l’alto tasso di disoccupazione in Italia, soprattutto giovanile), sia esogeni (il forte sviluppo economico del Dragone). Circa un terzo del totale degli emigranti sono giovani, i quali, spinti inizialmente da un acuto desiderio di conoscere, approfondire e praticare la lingua e la cultura cinese, si trasferiscono al fine di costruirsi una propria prospettiva di vita nelle grandi megalopoli cinesi, apprezzando in esse i forti livelli di intrecci cosmopolitici.

Oltre la metà dichiara invece di essere dipendente di aziende italiane o straniere (34%), e aziende cinesi (12%). Una delle autrici del progetto A.M.I.C.O.,Giovanna Di Vincenzo, osserva che “ci troviamo di fronte a due tipologie di migrazione: una altamente qualificata, inviata in Cina da società straniere conmansioni manageriali; l’altra invece costituita da risorse alla prima esperienza lavorativa o in fase di specializzazione”.

Abbattere il muro comunicativo

Sebbene l’80% degli intervistati dichiari di conoscere il cinese almeno ad un livello sufficiente, la sola conoscenza della lingua e il titolo di studio non bastano più.

Pur restando nell’immaginario collettivo la terra delle infinite possibilità, la seconda economia del mondo non offre più infatti le possibilità di una volta. “Continuano ad arrivare molti italiani, ma diventa sempre più difficile restare e far fruttare in termini economici l’investimento del progetto di trasferimento” scrivono gli autori della ricerca. Tuttavia resta ancora ben apprezzato il ruolo dei messaggeri della cultura italiana attribuito a molti operatori professionali ed economici, specie nei settori strategici per l’Italia come la moda, il design, la gastronomia, il turismo, il calcio, ma non solo.

Strumento indispensabile ad abbattere il muro comunicativo dei messaggeri è sicuramentela lingua. L’inglese è tuttora un ottimo veicolo internazionale, ma spesso insufficiente per creare in Cina quella rete di relazioni, le guanxi utili alle persone o alle aziende per vivere e sopravvivere in Cina. Qualche decennio fa erano in molti a credere che lo studio del cinese fosse un investimento personale indispensabile, grazie alla forte crescita economica della Cina e al fatto che si tratta della lingua con il maggior numero di parlanti al mondo. Recentemente, però, stanno aumentando gli scettici che avvertono che gli sforzi per apprendere una lingua difficile come il cinese potrebbero non essere poi così utili. Alcune aziende di selezione sostengono che è impossibile diventare fluenti in mandarino senza vivere tre-quattro anni in Cina e, a meno che non si abbia tanto tempo ed energie a disposizione da investirci, non ha molto senso dal punto di vista della carriera. Le difficoltà non nascono solo da migliaia di caratteri difficili da memorizzareper uno straniero, ma anche da una pronuncia tonale estranea alle lingue europee.

Nonostante ciò, attualmente viene stimato che globalmente ci siano circa quaranta milioni di studenti di lingua cinese, e il governo di Pechino prevede che questo numero possa salire fino a cento milioni entro il 2020. L’aumento della richiesta di corsi di cinese mandarino (per adulti e per bambini) negli Stati Uniti e in molti paesi europei è già una conferma di questo trend.

La lingua cinese: utile ma non fondamentale?

Questo crescente avvicinamento alla Cina, e conseguentemente alla sua lingua e alla sua cultura, spinge ad interrogarci su quali siano le conoscenze e le capacità necessarie per far fruttare in termini economici e professionali la scelta di trasferirsi in questo paese.

Molti professionisti e operatori in settori altamente qualificati vengono inviati in Cina senza possedere una conoscenza adeguata della lingua. “Mi sono recata in Cina perché ho trovato una buona opportunità di lavoro” afferma Chiara, architetto presso uno studio cinese, “il mio capo è bilingue e non ho avuto bisogno del cinese per fare il mio lavoro”.

Sebbene nel lavoro la lingua cinese non è indispensabile, pone però dei limiti nella vita quotidiana. “Non avevo studiato il cinese prima di arrivare in Cina”, confessa Francesco (supervisore presso una società di ingegneria), “tuttavia la sua conoscenza non è stata poi così necessaria perché la maggior parte delle persone con cui interagisco parlano inglese. Sarebbe utilissima però fuori dal lavoro per sentirmi più autonomo e per interagire maggiormente con le persone del posto. Così ho iniziato a studiare da autodidatta fino al conseguimento dell’HSK2 in Italia”.

Lo studio del cinese però non è un’impresa facile, ci spiega Giovanni (senior architect): “sono necessarie costanza nell’apprendimento e pazienza nel valutare i propri progressi: imparare il cinese dedicandoci poche ore a settimana è un processo molto lento e molto difficile, senza che porti necessariamente ad un esito positivo. Per imparare bene il cinese è necessario studiare ed esercitarsi per anni. In ogni caso è un investimento di sicuro guadagno per la propria crescita professionale”.

Non tutti però sono disposti o interessati a dedicare numerosi anni all’apprendimentodella lingua: “è difficile e non ne vale la pena spendere così tanti anni ad imparare una lingua. Inoltre non mi interessa conoscerla in modo approfondito perché non ne sento la necessità”, confessa Danilo (architect project manager).

Il cinese, tuttavia, resta utile a coloro che decidono di investire in Cina o con essa. “Non ho intenzione di rimanere in Cina ancora per molto, di conseguenza non mi sto impegnando molto nell’apprendimento della lingua. In ogni caso, per coloro che si fermano a lungo termine, lo studio del mandarino è fondamentale per tentare di capire una realtà e una cultura completamente diversa dalla nostra” (Jacopo, interior designer).

Il cinese come valore aggiunto

Per chi invece ha investito la propria professionalità nella lingua e cultura cinese, queste rivestono indubbiamente un ruolo fondamentale. Francesca (insegnante di lingua italiana) afferma: “ho avuto diverse esperienze lavorative in Cina e, in ognuna di queste, la conoscenza della lingua cinese è stato un valore aggiunto, spesso più dell’inglese. Come insegnante mi permette di comunicare meglio e più intimamente con studenti che stanno avendo un primo approccio alla lingua italiana, facilitandone l’apprendimento. Come traduttrice, la lingua cinese mi è stata utile alla costruzione di rapporti tra aziende italiane e cinesi”.

Tuttavia, la mera conoscenza del cinese pone anch’essa dei limiti. Alessio (project management per missioni UE in Cina) ritiene che “ovviamente dipende dal tipo di lavoro che si fa e soprattutto se si vuole stare in Cina o in Italia, ma comunque negli ultimi anni in Cina si sta verificando un trend per cui sono richiesti solamente stranieri specializzati: le sole conoscenze linguistiche dunque non bastano più, esse devono andare ad arricchire una specializzazione in un settore specifico di cui la Cina ha bisogno; quali sarebbero altrimenti i tuoi punti di forza in confronto a un madrelingua cinese? Come si può convincere un datore di lavoro ad assumere te piuttosto che un locale? Dunque, per lavorare in Cina, se sai parlare sia cinese che inglese è certamente l’ideale, tuttavia, se devi necessariamente scegliere una tra le due, penso che sia meglio parlare bene inglese e non il cinese piuttosto che il contrario, a meno che non si facciano lavori esclusivamente Cina-Italia”.

La Cina, dunque, con la sua lingua e la sua cultura plurimillenaria, è una realtà alla quale ci stiamo avvicinando sempre di più. Possedere un bagaglio culturale, fatto di conoscenze e abilità personali quanto più completo possibile, è la carta vincente per affrontare al meglio questa nostra scelta e per far fruttare pienamente la propria esperienza non solo al fine di un arricchimento economico, ma soprattutto culturale.

E voi, cosa ne pensate? Condividete la vostra opinione lasciando un commento sul sito di AGIC o sulla pagina Facebook ufficiale!

Questo articolo è tratto dal capitolo 24 della Guida Ufficiale AGIC, “La lingua cinese è fondamentale?”, scritto da Mario di Lonardo. Per il download gratuito, cliccate sulla sezione Blog > Guidelines nel sito di AGIC.

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